venerdì, 03 luglio 2009, ore 09:19
scarabocchiato da Comicomix in italia, riflessioni, economia, attualità, tremonti, giornalettismo


Giulio Tremonti è un mago. Non ci riferiamo alla sua indubbia abilità come Ministro dell’economia, che è riconosciuta ed apprezzata in tutta la Valtellina, e anche nei suoi dintorni. Giulio Tremonti è proprio un mago. Un prestigiatore più abile di Silvan, un illusionista più bravo di Harry Houdini, un giocoliere più spettacolare di David Copperfield. Il mondo ce lo invidia. Perché a far sparire la Statua della libertà son capaci tutti. A far lievitare una Ferrari, anche. A liberarsi dalle catene chiuso dentro una tomba d’acqua pure. Ma nessuno sarebbe capace, come ha fatto lui, di sfasciare i conti pubblici dello Stato per ben due volte e continuare a dare lezioni di economia a tutto il mondo senza provare la benché minima vergogna. Giulio ci riesce. Ha vinto 4 volte il premio faccia di bronzo per essere riuscito a riproporre per 10 anni la stessa strategia economica, fatta di entrate una tantum, di decreti abracadabra, di condoni, scudi fiscali, Tremonti uno, Tremonti bis, Tremonti ter, producendo recessioni su recessioni, aprendo falle dei conti pubblici sempre più grandi (fino all’ultima voragine certificata ieri dall’Istat), senza che nessuno lo abbia mai mandato nel posto che si meriterebbe. Anzi: il mago Giulio va in tv a spiegare il verbo, a raccontare che tutto il mondo economico pende dalle sue labbra, facendo  passare le risate che lo accompagnano ogni volta che si trova ad una riunione internazionale per grida di approvazione. Il suo ultimo straordinario capolavoro è l’accelerazione dei pagamenti della PA promesso con il suo ultimo provvedimento, la nona (o decima) manovrina anti crisi che non fa nulla contro la crisi: il famoso de-cretino. Sfidando tutte le leggi dell’economia e della contabilità pubblica, ma soprattutto andando ben oltre i confini della decenza, il nostro eroe ha detto che con l’assestamento di Bilancio sarà previsto lo sblocco di 23 miliardi di euro per pagare le imprese creditrici dello Stato, dissanguate dalla crisi. Il povero illusionista americano David Copperfield, che con la magia della sparizione della Statua della Libertà credeva di essere ormai il più grande mago di tutti i tempi, c’è rimasto malissimo ed ha deciso di ritirarsi dal palcoscenico per intraprendere una nuova carriera: candidarsi alla Casa Bianca. La magia di Giulio è davvero impareggiabile. Perché grazie all’ipnosi ha fatto in modo che nessuno gli chiedesse com’è mai, visto che 23 miliardi non sono bruscolini, in quale cassetto li tenesse nascosti. Oppure perc quale motivo una cifra del genere – se davvero è improvvisamente disponibile in cassa - fino ad ora sia stata gelosamente nascosta dal governo, come fa Silvan con il Coniglio dentro il cappello a Cilindro. L’ipnosi di Giulio è potente come la magia di mago Merlino, tanto che neppure un esponente dell’opposizione ha alzato la voce, per uno scandalo che al confronto la storia di Berlusconi e delle escort e di Noemi e delle feste sembra solo  una (triste) barzelletta. La magia ipnotica di Giulio Tremonti è così potente che qui in Italia, il paese dei balocchi, riesce a convincere un sacco di gente che  piantando 5 zecchini nel campo dei miracoli nasca davvero una pianta di monete d’oro. Giulio il gatto e Tremonti la volpe ci riescono. E non hanno intenzione di fermarsi. E lassù nel cielo, negli spazi siderali dove abitano gli angeli del paradiso, qualcuno comincia a preoccuparsi. Perché presto, molto presto, quell’uomo che tutti conosciamo come Gesù di Nazareth, con il suo banalissimo miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, in confronto a Giulio Tremonti, il grande mago della Valtellina, sembrerà solo un umile pescatore.

Buon tutto!


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mercoledì, 01 luglio 2009, ore 09:13
scarabocchiato da Comicomix in italia, bambini, vita, viareggio, attualità


Nella notte di ieri, il cielo che accarezza le Alpi Apuane, bianche di marmo di fronte al mare, si è colorato di rosso. Era all’incirca mezzanotte a Viareggio. Un treno merci, di quelli che sferragliano nascosti nel buio della notte, carico di Gpl (Gas di petrolio liquefatto), è deragliato in stazione. Ieri quel treno, come un terremoto, come un tornado, come una valanga ha spazzato via in un attimo la vita di decine di persone. Spenta così, in un battito di ciglia, mentre mangiavano, dormivano, scherzavano, facevano l’amore. Perché è così che si muore nel mondo: all’improvviso, quasi senza accorgersene. Come un tornado, un terremoto, una valanga. Solo che questa non è una catastrofe naturale, caduta dal cielo come un fulmine a ciel sereno nelle notti afose dell’estate della Versilia. No, questo è un evento umano: pare che abbia ceduto il carrello del carro cisterna.  O forse il motivo è un altro. Già poche ore dopo il disastro, in molti hanno detto che è un disastro annunciato. I sindacati, ma anche la Confindustria, hanno parlato di eventi come questo come cose indegne per un paese civile. C’è chi dice che da anni la gente del posto chiedeva di mettere una barriera tra le case appoggiate ai binari della ferrovia. C’è chi sputa rabbia per le mancate manutenzioni delle linee ferroviarie, mentre c’è chi si fa bello con i treni superveloci che non partono mai. C’è chi dice che comunque non ci sono colpe delle Fs. Alcuni parlano di fatalità. Ci sarà tempo e modo di parlare del perché, sotto questo cielo azzurro d’Italia, si muore all’improvviso, mangiando, ridendo, facendo l’amore, senza un perché. Ieri alla casa dello Studente de L’Aquila, oggi a via Ponchielli a Viareggio. Ci sarà tempo e modo per riflettere sul perché, sotto questo cielo azzurro che luccica sotto il sole rovente di inizio luglio, la parola sicurezza in Italia, evoca solo la necessità di mandare soldati per strada, o ronde in giro per le città o fa pensare ai respingimenti di gommoni pieni di gente disperata. Ci sarà tempo e modo d’interrogarsi sul perché l’indignazione per questi “incidenti” dura solo per pochi momenti che passano veloci come i treni nel caldo d’estate. Perché di morti sul lavoro, della scarsa sicurezza delle nostre strade, delle nostre case, dei nostri ponti si parla solo per il tempo di un onda che accarezza velocemente il bagnasciuga. Del perché questo paese non riesca a ad affrontare seriamente nessun problema, passando da un’emergenza all’altra, dall’Abruzzo a Viareggio. Riuscendo solo a recriminare, o a inventare scuse puerili, quando ci sono morti innocenti sdraiati sul selciato. Senza riflettere. Senza agire. Sì, ne parleremo. Ne parleremo ancora. Adesso, il nostro pensiero va, muto, a quei bimbi ignari travolti dalle fiamme, a quei sorrisi spezzati per sempre. In questo spicchio di cielo che guarda all’Italia assonnata nel vento d’estate ed è muta, ma anche un po’ sorda, a quei canti spezzati, a quelle voci lontane interrotte per sempre.
Buon tutto!

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lunedì, 29 giugno 2009, ore 15:25
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La crisi economica vi spaventa? Vi sentite impotenti davanti alle sue minacce? Avete paura che  sconvolga per sempre il vostro lavoro, le vostre abitudini, le vostre vite? Vi comprendiamo. Perché la crisi colpisce tutti. I ricchi e (soprattutto) i poveri. I belli e (soprattutto) i brutti. I vecchi e (soprattutto) i giovani. E anche se sembra che nulla possa fermarla, i nostri governi, i nostri capitani coraggiosi, in tutto il mondo, affilano le spade, sfoderano le pistole, caricano i cannoni per sconfiggerla. Perché la crisi è un nemico indomabile. Da sconfiggere. Da distruggere. E non servono nuove regole per i mercati finanziari, un nuovo modello di sviluppo che non confonda il consumo con lo spreco. Non servono nuovi modelli di [[welfare]], la green economy, il deficit spending. Quelli sono solo specchietti per le allodole. Che infatti, i governi più seri ed avveduti, come quello italiano, si guardano bene dall’usare. Perché il nemico non si sconfigge con le carezze, o mettendo dei fiori nei nostri cannoni. Per vincere questa guerra, per sconfiggere la crisi economica, questo mostro che vuole strapparci alle nostre esistenze quiete, serve qualcosa di più solido. E i governi di tutto il mondo lo sanno. Quello italiano lo sa meglio di tutti. Non servono ammortizzatori sociali e neppure aumenti del reddito disponibile. Ci vogliono delle vere armi: fucili, pistole, cannoni, mitragliatrici, cacciabombardieri, missili terra-aria. Ma i governi di tutto il mondo, avveduti e attenti, e il governo italiano che è il più avveduto e il più attento di tutti, non si sono fatti trovare impreparati. Ce lo rivela il Sipri, lo Stockholm International Peace Research Institute, uno dei più prestigiosi istituti di ricerca di politica internazionale del mondo, che come ogni anno ha pubblicato il suo rapporto sulle spese militari. L’istituto ci racconta che, anche se purtroppo “il 2008 ha visto un incremento delle minacce alla sicurezza, alla stabilità e alla pace in quasi ogni parte del globo” e se la crisi ha preso il sopravvento colpendo tutta la terra, i governi si sono dati molto da fare per combattere. Come? Ma è ovvio: aumentando le spese militari, che sono cresciute nel 2008 del 4% rispetto all’anno precedente, portandosi ad un livello record dalla fine della Guerra Fredda, toccando la cifra di 1.464 miliardi di dollari (il 2,4% circa del Pil del mondo). Precisamente, una spesa di 217 dollari per ogni abitante della terra. In dieci anni l’aumento è stato del 45%. Certo, non tutti i paesi sono stati ugualmente virtuosi nel combattere la crisi con l’unico mezzo possibile: il cannone. Ci sono governi più flaccidi,  che pensano che la crisi vada affrontata con le riforme economiche, con un aiuto per chi resta indietro, con robuste iniezioni di welfare. Pacifisti schifosi. Il nemico più è cattivo più si combatte con le armi in pugno. A costo di espandere i propri deficit di bilancio comprando cannoni e missili intercontinentali. E l’Italia non è solo un paese di navigatori, di santi e di poeti.……

Se vuoi leggere la conclusione del Post, vai su Giornalettismo

Buon tutto!


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giovedì, 25 giugno 2009, ore 15:45
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Sono passati 4 anni. Sono 1.460 giorni che non ti vedo. 35 mila ore che non sento la tua voce. 2,1 milioni di minuti che penso a te. 126,1 milioni di secondi che mi manchi. No, amore mio, non smettere di leggere. Non voglio né farti piangere né far piangere nessuno. Non ho mai voluto. E non me lo avresti mai perdonato. Stai tranquillo: non scriverò dell’assurdo senso di vuoto che provo ogni volta che entro nella nostra casa, né dell’inesprimibile dolore che da 4 anni è incluso nell’arrampicarsi nei piccoli dispiaceri e nelle piccole gioie quotidiane della mia esistenza. Non servirebbe. E poi non interessa a nessuno. Scriverò invece di quello che sei per me. Ieri, oggi, domani, sempre. Lo sei in ogni gesto, ad ogni passo. Ad ogni rinuncia, ad ogni scommessa. Tu sei il mio pensiero felice. Ecco l’ho scritto. Il mio pensiero felice. Felice, perché quando la notte ad occhi aperti osservo il soffitto respirare al semibuio sento i tuoi piedi nudi calpestare veloci il pavimento e gettarsi dentro il letto e sorrido. Felice, perché quando picchio i polpastrelli della tastiera rimirando alla finestra quel che resta del giorno sento la tua voce cantare nel vento le canzoni che ti piacciono tanto. Felice, perché quando sono sotto la doccia ripenso alle tue risate sguaiate in riva del mare mentre dai calci alle onde sul bagnasciuga. Felice, perché quando la malinconia avvolge quelle sere d’inverno in cui il caminetto sputa fuoco rivedo i tuoi disegni colorati  affastellati sul tavolino. Felice, perché quando ascolto il silenzio della tua stanza vuota risento le domande profonde della tua voce curiosa. Felice, perché quando rivedo nelle foto il tuo incredibile sorriso di bimbo rapito troppo presto dal vento mi sembra di sentire una brezza accarezzare le mie lacrime. Così, anche quando il dolore mi assale a tradimento e la voglia di urlare si fa più forte, rivedo i tuoi occhi muti di rimprovero e il pianto diventa riso, il dolore trascolora in dolcezza e la tua assenza che pesa sul cuore diventa leggera come la piuma di un uccellino uscito dalla gabbia. Proprio come te, piccolo usignolo che non smette di cantare neppure quando è scesa la notte più nera. Perché tu mi hai insegnato che dopo la notte c’è sempre il giorno. E io e te sappiamo che non c’è niente da capire, che questa vita non ha un senso ma che domani arriverà lo stesso. Io e te, anche ora, siamo sicuri che nonostante tutto anche qui, in questo mondo imperfetto dove vivere fa male e le nuvole gonfiano di lacrime il cielo, anche qui, in qualche modo, riescono ad arrivare gli angeli. Anche adesso, che l’estate non sembra più estate, loro ci sono. Ma non volano, non profumano di sole. Gli angeli camminano tra di noi, tra me e te separati per sempre da un velo opaco che gli altri non possono e non vogliono vedere. Ed è proprio quell’Angelo che sorride inconsapevole ai miei sguardi gonfi d’amore che ha scavato nella notte ed è riuscito a portarmi il tuo potente messaggio. Io l’ho raccolto, e lo tengo stretto accanto al cuscino, appoggiato vicino alle foto di un piccolo bambino che era un grande uomo. E così mentre la mia sera s’avvicina in silenzio, io sono qui. Cammino, con tanta stanchezza nel cuore ma tanta voglia di continuare a cantare. Lo so che mi ascolti. E anche se il tuo canto talvolta mi fa male io riesco ancora a sentirti, anche da qui.

Ciao, figlio mio. Se vuoi, quando vuoi, come vuoi, io sono qui.

Con infinito amore, papà.

 

“Voglio trovare un senso a tante cose anche se tante cose un senso non ce l’ha”

(Vasco Rossi)


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mercoledì, 24 giugno 2009, ore 08:58


Siamo qui per difendere, senza se e senza ma, il povero Silvio Berlusconi. Vittima di “strumentalizzazioni e processi mediatici che non hanno nulla a che vedere con l'informazione” come ha detto l’Augusto santissimo e reverendissimo direttore del Tg1, Minzolini. Il povero Silvio, vittima di “chiacchericci trasformati in notizie da prima pagina nella realtà virtuale dei media, per strumentalizzazioni politiche o per interessi economici”. Che però non lo distolgono dalla sua unica e vera missione. L’unico motivo per cui è sceso in campo: il bene dell’Italia. Soprattutto sul versante dell’economia il nostro premier si è impegnato fino alla spasimo, con risultati eccezionali, sotto gli occhi di tutti: il più grande crollo del Pil degli ultimi ottant’anni, il peggiore tra tutti i paesi del mondo, esclusa la Repubblica delle banane, che ci batte per qualche decimale di punto. Il crollo della produzione industriale. Il crollo dell’occupazione. Questi eccezionali successi hanno una spiegazione, che grazie alle nostre riservatissime fonti – il tabaccaio di Ferro di Cavallo, per quei 2 o 3 dei nostri 36 piccoli lettori che non lo sapessero – siamo in grado di rivelarvi. Lui ha la ricetta. Berlusconi, dopo aver consultato tutti gli esperti del suo staff (Lucia, Noemi, Serena, Mariangela, Gabriella, Mara, Maria, Lorena, Susanna, Francesca, Valeria, Alessandra) ha convocato, circa 8 mesi fa, il ministro Giulio Tremonti per dargli le direttive di politica economica. Silvio gli ha detto: “Giulio, ma com’è questa congiuntura economica?” Il minisitro si è fatto serio e gli ha detto: “CaVo Silvio, la situazione è teVVibile. Non abbiamo un euVo in tasca, i consumi cVollano, la produzione non va, il debito pubblico è un disastVo. Questa congiuntuVa non tiVa, non c’è niente da fare”. Silvio ha sorriso: “ Giulio, non preoccuparti: ghe pensi mì! Il mio staff si è riunito ieri sera. Abbiamo fatto le 3 di notte, ma abbiamo la soluzione. Se la congiuntura non tira, diamogli il Viagra. Vedrai che benefici effetti”. Tremonti è rimasto interdetto. “Non cVedo che funzioneVà” Silvio, prontamente: “Fidati! Distribuisci una bella Viagra card a tutti gli italiani. Vedrai che la congiuntura riprenderà a tirare”. Tremonti è uscito poco convinto, ha fatto diligentemente quello che ha detto il premier. E proprio una settimana fa è tornato a Palazzo Chigi, per riesaminare la situazione. Tremonti è arrivato all’incontro alle 21 circa, dopo una giornata passata a dannarsi l’anima per trovare le coperture finanziarie per gli ammortizzatori sociali, per la ricostruzione dell’Abruzzo, per il sostegno alle imprese in difficoltà. Secondo il nostro tabaccaio di Ferro di Cavallo, Berlusconi lo ha accolto con la solita cordialità, gli ha offerto un cocktail alla frutta, ha chiamato Apicella per cantargli “Mare chiaro”. Tremonti ha mostrato a Berlusconi l’andamento dell’occupazione, i dati della cassa integrazione, il crollo dell’Export. E ha detto a Berlusconi che la sua ricetta non funziona. Berlusconi, stavolta un po’ bruscamente, gli ha detto: “Eh no, Giulio! Questa volta mi offendo io, scusa. Certo che non ha funzionato, tu mi hai frainteso, come fanno tutti. Se tu dai il,Viagra ai pensionati, cosa vuoi che succeda? Perché avesse successo, dovevi stimolare gli “animal spirits” sopiti dei nostri imprenditori. Una bella legge, una tremonti-ter, per la detassazione delle spese per l’acquisto di Viagra, ovviamente dietro presentazione di regolare ricetta medica. E vedrai che l’economia tirerà di nuovo. Datti da fare, e portami risultati entro un paio di settimane”. Dicono che Tremonti stavolta non ha avuto nemmeno la forza di replicare. Se n’è andato scuotendo la testa, mentre Silvio canticchiava “O surdato ‘nammorato”. Uscendo, ha incrociato Patrizia D'Addario che entrava a Palazzo Grazioli. Il sole era calato da un pezzo, e la luna proiettava ombre lunghe e sinistre per le strade. Qualcuno pare abbia visto Giulio Tremonti piangere. Il Tg 1 questa notizia non la darà mai. Perché non ha le nostre fonti riservate, e soprattutto perché si tratta di indiscrezioni non confermate, “chiacchericci trasformati in notizie da prima pagina nella realtà virtuale dei media, per strumentalizzazioni politiche o per interessi economici”. Loro sono giornalisti seri.

Buon tutto! 


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lunedì, 22 giugno 2009, ore 18:23
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L’Italia non è solo un paese di santi, navigatori e poeti. Ma è anche il paese della famiglia. Il paese di mamma ce n’è una sola. Ed è il paese dei figli: i figli so pezz’ e core. L’Italia è il paese dove i bambini fanno Ohh, come dice una famosa canzone. Adorabili bambini, sono il futuro. Li dobbiamo curare, vezzeggiare. Il nostro domani. Però questi bambini a volte non sono così adorabili. Quando stanno all’aria aperta, nei parchi pubblici, o nei cortili dell’asilo e si mettono a giocare, ridendo e saltando, a volte strillando, con quei timbri alti, allegri, acuti che hanno i bambini, ammettiamolo: danno davvero fastidio. Magari uno se ne sta stravaccato in poltrona, davanti ad un interessantissima trasmissione tv (La ruota della fortuna, il pranzo è servito, la prova del cuoco) e sente quel vociare rompi timpani, interrompere dei magnifici spot pubblicitari, e si irrita. Va bene che ci sono anche i rumori dei clacson, del traffico, delle marmitte truccate. Ma quelli non danno fastidio. Non più. Invece, quel vociare stridulo, è insopportabile. Per questo un giudice di pace di Stradella, comune di 11 mila abitanti vicino Pavia, ha condannato i bambini della scuola materna "Gavina" a giocare in silenzio, intimando agli insegnanti di impedire ai bambini di avvicinarsi al cortile dell’asilo che si trova di fronte a un palazzo dove i condomini si sono lamentati del “disturbo loro arrecato dai giochi dei piccoli”. Quei bambini, dispettosi, preferivano giocare proprio lì. Per dare meglio fastidio a quella brava gente. Non perché è lì che si trovano le altalene, gli scivoli, il parco giochi. Insomma, i bambini facessero pure i loro Ooh, ma lontani dalle case di chi vuole ascoltare in santa pace il telegiornale ad ora di pranzo. E poi, diciamo le cose come stanno, questi piccoli mostriciattoli armati di ciuccio, pannolino e occhi da cerbiatto hanno davvero stufato. Vogliono giocare a palla nei parchi, vogliono fare merenda nella aiuole, vogliono – che sfrontati! - costruire castelli di sabbia in riva al mare, o raccogliere sassi, conchiglie. Dando tanto tanto disturbo ai passanti. Insopportabili mocciosi! Meno male che c’è sempre un solerte amministratore comunale, un integerrimo giudice di pace, un vigile urbano con grande senso del dovere che è lì, pronto a intimare loro di stare zitti e buoni, a mettere un bel divieto. Di non dare fastidio alle gente perbene. In fondo in questo splendido mondo in cui hanno avuto la fortuna di nascere, a questi marmocchi i divertimenti non mancano: istruttivi programmi in TV, da guardare in silenzio divorandosi gli oltre 33 mila magnifici spot all’anno fatti apposta per loro. Videogames ultima generazione, a trazione anteriore. Ma che altro vogliono? Ma così, dice qualche pedagogo da 4 soldi, smettono di comunicare, di confrontarsi tra loro. Ma chi l’ha detto? Basta un bel telefono cellulare, ultimo modello: molti bambini più fortunati ce l’hanno già a 5, 6, 7, 10 anni. Chissà perché ci sono dei cattivi genitori che non glieli comprano, e magari mandano i loro figli in cortile a giocare a nascondino o al pallone, dando fastidio alla brava gente che vuole ascoltare in silenzio il Tg 4 di Emilio Fede. Invece, è giusto che i bambini e le bambine stiano chiusi in casa. Non danno fastidio, e almeno si possono trasformare i parchi verdi in utilissimi parcheggi per le automobili, non costruire le piste ciclabili che costano un mucchio di soldi, non lasciare inutili spazi verdi nei cortili delle scuole rubando spazio alle strade per le auto e i motorini. Molto meglio: così questi pestiferi rompiballe non escono per giocare, con gli amici, o da soli, facendo insensate corse a perdifiato sui prati a rincorrere il vento. Perché i bambini hanno il maledetto vizio di strillare, di rotolarsi sul prato, di sporcarsi con la terra. Di esplorare, guardare, domandare. Di varcare il confine. Tutte cose fastidiose per i loro vicini di casa, e pericolose per loro e per la società. Meno male che ci sono adulti intelligenti ed avveduti che mettono divieti, costruiscono recinti, e creano città che non sono mai a misura di bambino. Non come nella Baviera dove a rotazione vengono chiuse alcune strade e consegnate ai bambini con le loro bici e i loro skateboard. E allora, come una volta ha detto qualcuno, questi altri bambini e bambine, prigionieri nelle loro case stracolme di giocattoli, un po’ obesi e imbottiti di merendine, perdono lentamente e silenziosamente, giorno dopo giorno, quella luce speciale negli occhi, quello stupore curioso che gli fa fare Ooh, quell’anima di fanciullino che li rende poeti dello stupore mentre guardano le cose del mondo strillando e saltando senza ragione, e dando anche fastidio a chi sta chiuso in casa e non ha voglia di pensare. In questo paese dalle culle vuote, che invecchia scendendo il colle del declino in un mare di melma schifosa, tra pedofili impuniti, politici che forse vanno con minorenni, sembra di vederli: bambini e bambine, con gli occhi opachi, chiusi nelle loro gabbie dorate, senza più quella profonda logica illogica che li porta nell’abisso della verità. E questo stupore che scolorisce nei loro visi fa smarrire anche ai più grandi, agli adulti, quel “cantuccio dell’anima di fanciullino presente in ognuno, quel fanciullino che resta anche quando ingrossiamo e arrugginiamo la voce, anche quando - nell’età più matura - siamo tutti occupati a litigare e a perorare la causa della nostra vita e siamo meno disposti a badare a quell’angolo d’anima”. E fa mettere divieti che sanno di ridicolo, ma che invece, a pensarci bene, sono tragiciE così, in questo tempo e in questo spazio, quello stupore evapora e svanisce nel nulla, per grandi e piccini. Ma tra queste macerie dell’anima, i bambini perdono la voglia di fare Ooh, e smettono di ruzzolare per terra, giocare, saltare. E i grandi mettono divieti e perdono la voglia di ascoltarli, di ascoltare. Di confrontarsi e di pensare. Un popolo di ebeti quieti, davanti a tv che anestetizzano il pensiero. Senza cortili, senza parchi, senza culle. Senza futuro.
Buon tutto!

 

Tre cose ci sono rimaste del Paradiso: le stelle, i fiori e i bambini

Dante Alighieri


Questo post è stato pubblicato originariamente su Giornalettismo


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