
Giulio Tremonti è un mago. Non ci riferiamo alla sua indubbia abilità come Ministro dell’economia, che è riconosciuta ed apprezzata in tutta
Buon tutto!


La crisi economica vi spaventa? Vi sentite impotenti davanti alle sue minacce? Avete paura che sconvolga per sempre il vostro lavoro, le vostre abitudini, le vostre vite? Vi comprendiamo. Perché la crisi colpisce tutti. I ricchi e (soprattutto) i poveri. I belli e (soprattutto) i brutti. I vecchi e (soprattutto) i giovani. E anche se sembra che nulla possa fermarla, i nostri governi, i nostri capitani coraggiosi, in tutto il mondo, affilano le spade, sfoderano le pistole, caricano i cannoni per sconfiggerla. Perché la crisi è un nemico indomabile. Da sconfiggere. Da distruggere. E non servono nuove regole per i mercati finanziari, un nuovo modello di sviluppo che non confonda il consumo con lo spreco. Non servono nuovi modelli di [[welfare]], la green economy, il deficit spending. Quelli sono solo specchietti per le allodole. Che infatti, i governi più seri ed avveduti, come quello italiano, si guardano bene dall’usare. Perché il nemico non si sconfigge con le carezze, o mettendo dei fiori nei nostri cannoni. Per vincere questa guerra, per sconfiggere la crisi economica, questo mostro che vuole strapparci alle nostre esistenze quiete, serve qualcosa di più solido. E i governi di tutto il mondo lo sanno. Quello italiano lo sa meglio di tutti. Non servono ammortizzatori sociali e neppure aumenti del reddito disponibile. Ci vogliono delle vere armi: fucili, pistole, cannoni, mitragliatrici, cacciabombardieri, missili terra-aria. Ma i governi di tutto il mondo, avveduti e attenti, e il governo italiano che è il più avveduto e il più attento di tutti, non si sono fatti trovare impreparati. Ce lo rivela il Sipri, lo Stockholm International Peace Research Institute, uno dei più prestigiosi istituti di ricerca di politica internazionale del mondo, che come ogni anno ha pubblicato il suo rapporto sulle spese militari. L’istituto ci racconta che, anche se purtroppo “il
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Buon tutto!

Sono passati 4 anni. Sono 1.460 giorni che non ti vedo. 35 mila ore che non sento la tua voce. 2,1 milioni di minuti che penso a te. 126,1 milioni di secondi che mi manchi. No, amore mio, non smettere di leggere. Non voglio né farti piangere né far piangere nessuno. Non ho mai voluto. E non me lo avresti mai perdonato. Stai tranquillo: non scriverò dell’assurdo senso di vuoto che provo ogni volta che entro nella nostra casa, né dell’inesprimibile dolore che da 4 anni è incluso nell’arrampicarsi nei piccoli dispiaceri e nelle piccole gioie quotidiane della mia esistenza. Non servirebbe. E poi non interessa a nessuno. Scriverò invece di quello che sei per me. Ieri, oggi, domani, sempre. Lo sei in ogni gesto, ad ogni passo. Ad ogni rinuncia, ad ogni scommessa. Tu sei il mio pensiero felice. Ecco l’ho scritto. Il mio pensiero felice. Felice, perché quando la notte ad occhi aperti osservo il soffitto respirare al semibuio sento i tuoi piedi nudi calpestare veloci il pavimento e gettarsi dentro il letto e sorrido. Felice, perché quando picchio i polpastrelli della tastiera rimirando alla finestra quel che resta del giorno sento la tua voce cantare nel vento le canzoni che ti piacciono tanto. Felice, perché quando sono sotto la doccia ripenso alle tue risate sguaiate in riva del mare mentre dai calci alle onde sul bagnasciuga. Felice, perché quando la malinconia avvolge quelle sere d’inverno in cui il caminetto sputa fuoco rivedo i tuoi disegni colorati affastellati sul tavolino. Felice, perché quando ascolto il silenzio della tua stanza vuota risento le domande profonde della tua voce curiosa. Felice, perché quando rivedo nelle foto il tuo incredibile sorriso di bimbo rapito troppo presto dal vento mi sembra di sentire una brezza accarezzare le mie lacrime. Così, anche quando il dolore mi assale a tradimento e la voglia di urlare si fa più forte, rivedo i tuoi occhi muti di rimprovero e il pianto diventa riso, il dolore trascolora in dolcezza e la tua assenza che pesa sul cuore diventa leggera come la piuma di un uccellino uscito dalla gabbia. Proprio come te, piccolo usignolo che non smette di cantare neppure quando è scesa la notte più nera. Perché tu mi hai insegnato che dopo la notte c’è sempre il giorno. E io e te sappiamo che non c’è niente da capire, che questa vita non ha un senso ma che domani arriverà lo stesso. Io e te, anche ora, siamo sicuri che nonostante tutto anche qui, in questo mondo imperfetto dove vivere fa male e le nuvole gonfiano di lacrime il cielo, anche qui, in qualche modo, riescono ad arrivare gli angeli. Anche adesso, che l’estate non sembra più estate, loro ci sono. Ma non volano, non profumano di sole. Gli angeli camminano tra di noi, tra me e te separati per sempre da un velo opaco che gli altri non possono e non vogliono vedere. Ed è proprio quell’Angelo che sorride inconsapevole ai miei sguardi gonfi d’amore che ha scavato nella notte ed è riuscito a portarmi il tuo potente messaggio. Io l’ho raccolto, e lo tengo stretto accanto al cuscino, appoggiato vicino alle foto di un piccolo bambino che era un grande uomo. E così mentre la mia sera s’avvicina in silenzio, io sono qui. Cammino, con tanta stanchezza nel cuore ma tanta voglia di continuare a cantare. Lo so che mi ascolti. E anche se il tuo canto talvolta mi fa male io riesco ancora a sentirti, anche da qui.
Ciao, figlio mio. Se vuoi, quando vuoi, come vuoi, io sono qui.
Con infinito amore, papà.
“Voglio trovare un senso a tante cose anche se tante cose un senso non ce l’ha”
(Vasco Rossi)

Siamo qui per difendere, senza se e senza ma, il povero Silvio Berlusconi. Vittima di “strumentalizzazioni e processi mediatici che non hanno nulla a che vedere con l'informazione” come ha detto l’Augusto santissimo e reverendissimo direttore del Tg1, Minzolini. Il povero Silvio, vittima di “chiacchericci trasformati in notizie da prima pagina nella realtà virtuale dei media, per strumentalizzazioni politiche o per interessi economici”. Che però non lo distolgono dalla sua unica e vera missione. L’unico motivo per cui è sceso in campo: il bene dell’Italia. Soprattutto sul versante dell’economia il nostro premier si è impegnato fino alla spasimo, con risultati eccezionali, sotto gli occhi di tutti: il più grande crollo del Pil degli ultimi ottant’anni, il peggiore tra tutti i paesi del mondo, esclusa
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L’Italia non è solo un paese di santi, navigatori e poeti. Ma è anche il paese della famiglia. Il paese di mamma ce n’è una sola. Ed è il paese dei figli: i figli so pezz’ e core. L’Italia è il paese dove i bambini fanno Ohh, come dice una famosa canzone. Adorabili bambini, sono il futuro. Li dobbiamo curare, vezzeggiare. Il nostro domani. Però questi bambini a volte non sono così adorabili. Quando stanno all’aria aperta, nei parchi pubblici, o nei cortili dell’asilo e si mettono a giocare, ridendo e saltando, a volte strillando, con quei timbri alti, allegri, acuti che hanno i bambini, ammettiamolo: danno davvero fastidio. Magari uno se ne sta stravaccato in poltrona, davanti ad un interessantissima trasmissione tv (La ruota della fortuna, il pranzo è servito, la prova del cuoco) e sente quel vociare rompi timpani, interrompere dei magnifici spot pubblicitari, e si irrita. Va bene che ci sono anche i rumori dei clacson, del traffico, delle marmitte truccate. Ma quelli non danno fastidio. Non più. Invece, quel vociare stridulo, è insopportabile. Per questo un giudice di pace di Stradella, comune di 11 mila abitanti vicino Pavia, ha condannato i bambini della scuola materna "Gavina" a giocare in silenzio, intimando agli insegnanti di impedire ai bambini di avvicinarsi al cortile dell’asilo che si trova di fronte a un palazzo dove i condomini si sono lamentati del “disturbo loro arrecato dai giochi dei piccoli”. Quei bambini, dispettosi, preferivano giocare proprio lì. Per dare meglio fastidio a quella brava gente. Non perché è lì che si trovano le altalene, gli scivoli, il parco giochi. Insomma, i bambini facessero pure i loro Ooh, ma lontani dalle case di chi vuole ascoltare in santa pace il telegiornale ad ora di pranzo. E poi, diciamo le cose come stanno, questi piccoli mostriciattoli armati di ciuccio, pannolino e occhi da cerbiatto hanno davvero stufato. Vogliono giocare a palla nei parchi, vogliono fare merenda nella aiuole, vogliono – che sfrontati! - costruire castelli di sabbia in riva al mare, o raccogliere sassi, conchiglie. Dando tanto tanto disturbo ai passanti. Insopportabili mocciosi! Meno male che c’è sempre un solerte amministratore comunale, un integerrimo giudice di pace, un vigile urbano con grande senso del dovere che è lì, pronto a intimare loro di stare zitti e buoni, a mettere un bel divieto. Di non dare fastidio alle gente perbene. In fondo in questo splendido mondo in cui hanno avuto la fortuna di nascere, a questi marmocchi i divertimenti non mancano: istruttivi programmi in TV, da guardare in silenzio divorandosi gli oltre 33 mila magnifici spot all’anno fatti apposta per loro. Videogames ultima generazione, a trazione anteriore. Ma che altro vogliono? Ma così, dice qualche pedagogo da 4 soldi, smettono di comunicare, di confrontarsi tra loro. Ma chi l’ha detto? Basta un bel telefono cellulare, ultimo modello: molti bambini più fortunati ce l’hanno già a 5, 6, 7, 10 anni. Chissà perché ci sono dei cattivi genitori che non glieli comprano, e magari mandano i loro figli in cortile a giocare a nascondino o al pallone, dando fastidio alla brava gente che vuole ascoltare in silenzio il Tg 4 di Emilio Fede. Invece, è giusto che i bambini e le bambine stiano chiusi in casa. Non danno fastidio, e almeno si possono trasformare i parchi verdi in utilissimi parcheggi per le automobili, non costruire le piste ciclabili che costano un mucchio di soldi, non lasciare inutili spazi verdi nei cortili delle scuole rubando spazio alle strade per le auto e i motorini. Molto meglio: così questi pestiferi rompiballe non escono per giocare, con gli amici, o da soli, facendo insensate corse a perdifiato sui prati a rincorrere il vento. Perché i bambini hanno il maledetto vizio di strillare, di rotolarsi sul prato, di sporcarsi con la terra. Di esplorare, guardare, domandare. Di varcare il confine. Tutte cose fastidiose per i loro vicini di casa, e pericolose per loro e per la società. Meno male che ci sono adulti intelligenti ed avveduti che mettono divieti, costruiscono recinti, e creano città che non sono mai a misura di bambino. Non come nella Baviera dove a rotazione vengono chiuse alcune strade e consegnate ai bambini con le loro bici e i loro skateboard. E allora, come una volta ha detto qualcuno, questi altri bambini e bambine, prigionieri nelle loro case stracolme di giocattoli, un po’ obesi e imbottiti di merendine, perdono lentamente e silenziosamente, giorno dopo giorno, quella luce speciale negli occhi, quello stupore curioso che gli fa fare Ooh, quell’anima di fanciullino che li rende poeti dello stupore mentre guardano le cose del mondo strillando e saltando senza ragione, e dando anche fastidio a chi sta chiuso in casa e non ha voglia di pensare. In questo paese dalle culle vuote, che invecchia scendendo il colle del declino in un mare di melma schifosa, tra pedofili impuniti, politici che forse vanno con minorenni, sembra di vederli: bambini e bambine, con gli occhi opachi, chiusi nelle loro gabbie dorate, senza più quella profonda logica illogica che li porta nell’abisso della verità. E questo stupore che scolorisce nei loro visi fa smarrire anche ai più grandi, agli adulti, quel “cantuccio dell’anima di fanciullino presente in ognuno, quel fanciullino che resta anche quando ingrossiamo e arrugginiamo la voce, anche quando - nell’età più matura - siamo tutti occupati a litigare e a perorare la causa della nostra vita e siamo meno disposti a badare a quell’angolo d’anima”. E fa mettere divieti che sanno di ridicolo, ma che invece, a pensarci bene, sono tragici. E così, in questo tempo e in questo spazio, quello stupore evapora e svanisce nel nulla, per grandi e piccini. Ma tra queste macerie dell’anima, i bambini perdono la voglia di fare Ooh, e smettono di ruzzolare per terra, giocare, saltare. E i grandi mettono divieti e perdono la voglia di ascoltarli, di ascoltare. Di confrontarsi e di pensare. Un popolo di ebeti quieti, davanti a tv che anestetizzano il pensiero. Senza cortili, senza parchi, senza culle. Senza futuro.
Buon tutto!
“Tre cose ci sono rimaste del Paradiso: le stelle, i fiori e i bambini”
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